martedì 22 giugno 2010

Lo status di blogger implica acidità, facciamocene una ragione

Ho una compagna di scuola che non sentivo da almeno 30 anni. Mi ha trovata su facebook, e in piena coerenza con il genere di contatti intensi e vitali che i social network garantiscono, ci siamo scambiate due messaggi di cordiali saluti e poi morta là.

Adesso però ce l'ho tra gli amici, per cui se scrive un commento in bacheca io ovviamente la leggo. Ha due figli adolescenti che cominciano gli esami di maturità. Un paio di giorni fa ha scritto una cosa tipo: oddio che ansia! Quali tracce potrebbero uscire? Si dice in giro l'ecologia, la guerra, i 150 anni della Repubblica!

Ci ho pensato un po' su.  Mi sono detta: rifletti. Non la vedi da 30 anni e le hai mandato solo un saluto. Non siete così intime. Non lo fare. Sta' zitta. Tieniti le tue salaci ironie per te. Taci, madonna santa, taci!

Adesso facciamo un test: secondo voi, conoscendomi, ce l'ho fatta? Sono riuscita a tenere la bocca chiusa? Prima di continuare a leggere, pensateci. Datemi una risposta ponderata.

Fatto? Bravi. E' quella. L'escaltion di violenza verbale con cui ho tentato di autointimorirmi per arginare il reflusso gastoesofageo dei 150 anni delle Repubblica non è servito a niente. Le ho rifilato un commento scherzoso sperando che avesse un po' di senso dell'umorismo.

Ora come l'abbia presa onestamente non lo so. Però non mi ha risposto. E ha cancellato il suo intervento e ogni commento collegato.

Peccato, eh? Peccato davvero. Un'altra splendida relazione naufragata tra le acque perigliose di facebook.

mercoledì 16 giugno 2010

Umorismo incensato

Qui c'è del genio. Ammettetelo.

martedì 15 giugno 2010

Men at work

Il cantiere di fronte alla facoltà è cresciuto come un fungo durante l'inverno e ha raggiunto l'altezza della biblioteca, che pure è al quinto piano. Ormai quando mi affaccio alla finestra ho l'impressione di poter toccare gli operai con un dito. Rispetto delle norme di sicurezze, cosa lo dico a fare? Zero. Zompettano come le allegre comari di Windsor sò e zò per i ponteggi, quando a me va il caffè di traverso solo a guardarli ininterrottamente per più di 3 minuti.

Poi è estate, fa un caldo assassino. Loro all'apparenza se ne fregano. Hanno addosso l'elmetto giallo per puro rispetto delle convenienze d'immagine - anche perché se ti spiaccichi da quell'altezza l'unica cosa che può fare per te un elmetto è aggiungere una calda nota di colore alle tue viscere sparse in giro - e per il resto non indossano quasi niente. Calzoncini corti sdrucitissimi sul coscione, torso nudo, e talmente tanti peli per singola unità operaia che non ne metteresti insieme altrettanti nemmeno tosando a zero un'intera legione di Amici di Maria De Filippi in pieno delirio ormonale.

Sono talmente rappresentativi di una certa iconografia da sbarco, che non faccio altro che immaginarmeli mentre si scambiano un'occhiata birichina, appoggiano lentamente gli strumenti da una parte, e all'improvviso attaccano a muoversi in sincrono così.

Editor del menga

Apprezzo il fatto che gli amici di blogspot arricchiscano il loro parco template.

Ma perché cacchio le foto si allineano solo a sinistra malgrado il ricorso agli appositi comandi di centratura?

Sono cose che indispettiscono l'utenza.

P.S. Vabbè, un minuto dopo l'ho capito da sola. Ma ormai il post è andato, e sono quelle cose ineluttabili a cui conviene rassegnarsi.

lunedì 14 giugno 2010

That's why egyptians called them gods

Mezzogiorno e un quarto. Un caldo africano. Gli studenti vengono rigurgitati fuori dalla facoltà inondando il cortile di chiacchiere a base di psicocazzate. Mi guardo intorno, e un curioso articolarsi della folla attira la mia attenzione. Mi avvicino, e ne ho conferma. Appena fuori dalla porta di ingresso a Psycho 1 le masse studentesche si fendono in due. Invece di uscire compatti in un flusso unico, si articolano ordinatamente in una doppia corrente come per non calpestare qualcosa che non riesco a vedere. Sono troppo lontana. Mi avvicino ancora. Capisco.

C’è il tigrone. Non ha un nome preciso, ognuno lo chiama come gli pare, ed è una cosa che ho sempre apprezzato. In questa facoltà abbiamo una colonia felina regolarmente registrata presso il comune di Padova a nome del dipartimento. Se ne occupa soprattutto una collega della didattica insieme al supporto più o meno collaborativo di altri uomini e donne di buona volontà.

Siccome son gatti, in perfetta coerenza di specie non c’è niente di definitivo che possiamo dire di loro. Non sappiamo esattamente quanti sono: numero fluttuante. Non sappiamo se siano imparentati fra loro o se abbiano scelto di condividere l’esperienza comunitaria per pure affinità elettive. Non sappiamo nemmeno come chiamarli, e infatti non gli abbiamo dato un nome, perché, insomma, sono adulti, e fra loro si chiameranno un po’ come cazzo gli pare. Quanto a noi, ci cagano a malapena se chiediamo timidamente il passo alla guida dell’auto quando tracimano della loro imperiale indolenza sulla rampa del garage, figuriamoci se si sognano di rispondere a un richiamo nominale. Come se il gatto fosse quel genere di animale che ti permette di scegliere qualsiasi cosa che lo riguardi senza il preventivo imprimatur della sua cancelleria…

Ed è così che va anche ora, di fronte a Psycho 1. Decine e decine di ragazzini che sciamano verso un panino ristoratore e che fanno ala in mezzo al cortile per non disturbare il tigrone. Che s’è sdraiato là sulla grata – perché metallica e quindi fresca – e si lecca una zampa passandosela dietro l’orecchio, con quella precisione chirurgica propria solo della creature intimamente consapevoli del loro regio diritto di stare al mondo, e sideralmente incuranti dell’eventualità che altri organismi senzienti possano avanzare analoghe pretese. Lo capisco dalle occhiatine che tira in giro, tra una passata di lingua rasposa e l’altra. Dissimula, finge di essere preso dalle sue occupazioni, si vede bene che non vuole dare soddisfazione. Ma dentro di sé gli urge una certa questione piuttosto pressante che volendo si potrebbe riassumere così: ma voialtri siete sicuri che non c’avete proprio un cazzo di meglio da fare?

mercoledì 9 giugno 2010

Words of wisdom

A great deal of intelligence can be invested in ignorance when the need for illusion is deep

Saul Bellow

E se questa non vi sembra profonda, ragazzi, vuol dire che sulla profondità la pensiamo in maniera davvero diversa.

martedì 8 giugno 2010

Chicche in grado di risollevarmi l'umore

Leggere di un elefante a spasso per le vie di Zurigo mi ha messo allegria. Sarà che gli svizzeri si portano dietro una serie di luoghi comuni piuttosto in conflitto con la configurazione morfologica di un elefante, specie un elefante a passeggio sulla via dello struscio, ma che ne so? M’è parso un modo stupendo per annunciare un martedì scintillante dopo un lunedì piuttosto merdoso. Senza che il lunedì avesse particolari colpe, o il martedì speciali meriti assolutori. Non posso dire sia dipeso dagli eventi insomma. E’ più una cosa che ha a che fare con i vagheggiamenti interiori della mia psiche beccheggiante tra i marosi. Ché io, prima di giungere a intravedere certi picchi zen, ce n’ho di pagnotte da mandare giù.

Comunque l’articolo ha un paio di perle davvero notevoli. Una è quella che dice che Sabu è riuscita a fuggire in un momento di confusione. Perché ragazzi, va bene tutto – le tasse, le corna che prudono, i figli che si drogano - ma a che cazzo stavate pensando se v’è sfuggito il dettaglio di un elefantessa in marcia verso il centro storico di Zurigo? Ho capito che alle volte uno s’alza preso dai suoi pensieri, ma c’è un limite a tutto. Un elefante che dirazza verso l’autostrada e passa il casello pistonando sui suoi zamponi invece di ritirare il tagliando dall’apposita fessura, è dura confonderla con una bisarca!

E poi c’è il passaggio che accenna al fatto che alla fine della gita la povera Sabu è stata catturata dalla polizia. Che anche quello spinge a farsi delle domande. Tenuto conto che l’ultima volta che hanno visto degli elefanti sulla linea delle Alpi credo sia stato ai tempi di Annibale - e anche lì col binocolo, perché mi pare che passarono sul versante francese - la municipalità elvetica in questi casi che tipo di protocolli segue? Perché anche con un vasto spiegamento di forze, bloccare un elefantessa e ammanettarla è un’operazione logistica di una certa complessità. Per cui che vuol dire esattamente che è stata catturata dalla polizia? Le hanno fatto telefonare al suo avvocato? L’hanno tradotta in commissariato per farle il numero del poliziotto buono e quello cattivo? Da come la vedo io mi pare molto più probabile che si siano limitati ad andarle dietro mantenendosi a prudente distanza e tirandole qualche banana ogni tanto, e abbiano telefonato al domatore chiedendogli cortesemente di venire a riprendersela. Una roba che onestamente senza tirarmela tanto potevo fare anch’io. Che non sono poliziotta. E manco svizzera, a Dio piacendo.